O protagonisti o nessuno 24-30 agosto 2008
Dalla rubrica "aspettando il Meeting"
ecco la prima serie
di interviste che ci introducono
Piccola guida al Meeting per l’amicizia fra i popoli 2008 a cura di 
Tra i tanti articoli su Eluana Englaro apparsi su Avvenire ne segnalo due.
Il primo scritto da Davide Rondoni per aiutare ad aprire cuore e orecchie a chi dice alla Chiesa di stare zitta.
Il secondo di Paolo Lambruschi, testimonia che i miracoli accadono e restano un’insondabile mistero per la scienza, e sono la speranza di chi crede. Negli USA, casi di giovani usciti dal coma, tra questi quello di un americano, Terry Wallis, che ebbe un incidente stradale nel 1984, aveva 20 anni. Nel 2003 si è risvegliato e ha chiamato la madre. Il pensiero va subito ad Eluana, la speranza è possibile.

Se non della vita e della morte di cos’altro può parlare la Chiesa?
di Davide Rondoni [Avvenire] 17.7.2008
A volte ci si ritrova come viandanti intorno a un bivacco. Perché la vita è un viaggio pieno di imprevisti. E ogni tanto ci si ritrova, venendo da strade diverse, a conversare. Sono i momenti come questo, quando tutti colpiti da una vicenda come quella di Eluana si sente la necessità di parlarne. E sempre stato così, intorno a bivacchi antichi, e anche nelle soste della più frenetica vita moderna. Che ha sì ritmi diversi, ma è pur sempre un viaggio. Durante il quale accade che gli uomini si trovino davanti a speciali eventi, che richiamano i grandi temi della vita e della morte. Allora in quei bivacchi, in quei ritrovi si parla anche di questo. Si cessa per un po’ di parlare di soldi, di amori, si smette di chiacchierare e si discorre del senso della vita, e della morte. Ognuno dei viandanti lo fa a modo suo, venendo dalla sua strada.
Portando i pensieri della vita che lo ha condotto fin lì. E vista la difficoltà, la serietà, la grandiosità del tema, sono ben accolti i suggerimenti, le proposte, le domande di tutti. Si parla piano, in genere davanti a certe cose immense. In genere chi alza la voce lo fa per nascondere un disagio, o una insicurezza travestita da intolleranza. Anche nel bivacco che si è costituito in questa circostanza della vita pubblica italiana, sotto le vaste stelle di un problema delicato che riguarda il confine tra la vita e la morte, ci sono state molte voci, quasi tutte discrete, attente. In molti hanno preso parola. Naturalmente i protagonisti principali. Che attorno al silenzio di Eluana hanno provato sinceramente a interpretare cosa sia meglio fare. Con discrezione e passione. Ma qua e là si è sentito, nel grande ritrovo di viandanti intorno a questo tema straziante e centrale, anche lo strano vociare di chi pretende che la Chiesa taccia, che non parli, che solo lei – mentre parlano giornalisti, scrittori, cantanti – non si azzardi a dire la sua. E proprio perché, dicono qua e là queste voci, quando si parla di vita e di morte, dei fatti più 'propri' della vita di un uomo e di ciascuno, la Chiesa secondo costoro dovrebbe tacere. E ascoltano o riportano infastiditi, ad esempio, le parole misurate e pensose del cardinale Bagnasco. È strana questa volontà di esclusione dal bivacco e dalla conversazione. Uno strano, serpeggiante segno di nervosismo.
Forse perché la Chiesa – che non è solo la voce di un ecclesiastico (per quanto significativo) ma anche la vita, la fede, la speranza di milioni di persone – ha proprio da dire qualcosa su vita e morte quando molti altri si fermano in vaniloqui o retoriche cascanti.
Vorrebbero che lei tacesse, che non 'si intromettesse' là dove molti si intromettono, proprio perché la Chiesa, che non è un sacro palazzo, ma la vita di una trafila interminabile di gente, la fede e la carità di una folla di ignoti e di illustri e soprattutto di gente normale, insomma, forse proprio perché la vita della Chiesa ha scoperto, guardando Gesù, delle cose che illuminano meglio di altro, più ragionevolmente di altro, il mistero della morte, e il mistero della esistenza. E chi la vorrebbe allontanare dal bivacco degli uomini, dai tavoli dove si conversa della vita e della morte, lo fa forse per nascondere una voce scomoda, una voce che non si accontenta del sentimentalismo né del razionalismo. Una voce così umana, che richiama gli uomini a essere se stessi. A non trasformarsi nella propria maschera. Davvero se mancasse quella voce introno al bivacco, al ritrovo sotto le stelle di fronte alle grandi questioni dell’esistenza, saremmo più liberi, più attenti e più tesi a camminare secondo la nostra eretta statura? Davvero, senza la voce che viene da quel vento di secoli e di fede e carità, di arte e di pensiero, saremmo più umili e attenti in questo difficile viaggio?
USA, risveglio dopo 19 anni. Un mistero per la scienza
di Paolo Lambruschi [Avvenire] 23.7.2008
Il caso Terry Wallis, dal 1984 paralizzato e in stato vegetativo, poi in coma minimo: le storie giovani in stato vegetativo che tornano a parlare, diagnosi che sembrano chiudere ogni spiraglio improvvisamente smentite: ecco perché si può sperare.
Risvegli miracolosi, nuova sfida per la ricerca scientifica. Negli Usa alcuni medici stanno lavorando per offrire speranze anche a chi è in stato vegetativo, ribaltando il concetto di irreversibilità che spesso sigilla tali vicende. Per le attuali conoscenze, dopo due anni è raro risvegliarsi. Tuttavia alcune storie di pazienti in stato vegetativo, la diagnosi di Eluana, confermano che è possibile.
Il caso più famoso al mondo è quello di Terry Wallis, 44 anni, meccanico di Ozark, Arkansas, che ebbe un terribile incidente stradale il 13 luglio del 1984. Si risvegliò l’11 giugno del 2003. Un miracolo che ha fatto il giro del globo, raccontato anche da un documentario televisivo, «L’uomo che ha dormito per 19 anni» trasmesso da diverse stazioni. Non in Italia. Al momento dell’incidente Terry aveva appena compiuto 20 anni, era sposato e aveva una figlia di sei mesi. Arrivò in ospedale in coma. Lentamente le sue condizioni migliorarono, dopo più di un anno gli venne diagnosticata la paralisi degli arti e lo stato vegetativo permanente. Respirava autonomamente e doveva essere nutrito artificialmente. I medici non gli davano speranze. Wallis venne trasferito in un centro vicino a casa, dove i genitori hanno continuato a prendersi cura di lui. Niente fisioterapia, troppo costosa, ma ogni giorno per 18 anni lo hanno lavato, girato per evitargli le piaghe, gli hanno parlato e fatto ascoltare musica. La madre Angilee non ha ascoltato chi le suggeriva di staccare il sondino dell’alimentazione. Sentiva che il figlio era vivo. Nel 2002 l’equipe del Jfk Center per i traumi cranici del New Jersey, che sperimenta nuove terapie, aveva esaminato con tecniche più raffinate il suo cervello. Una scala messa a punto dal professor Joe Giacino lo aveva classificato in «coma minimo», gradino superiore allo stato vegetativo. Era in grado di rispondere ad alcune sollecitazioni. L’anno dopo, a sorpresa, Terry si svegliò e pronunciò la prima parola: «Mamma». Il caso resta inspiegabile. Secondo Giacino, al momento dell’incidente la medicina non aveva infatti le conoscenze sufficienti per classificarlo adeguatamente. Impossibile quindi ricostruire l’evoluzione cerebrale che lo ha portato a uscire dallo stato vegetativo, passando al coma minimo per poi risvegliarsi. Forse il processo era iniziato dieci anni prima, quando i neuroni dei lobi cerebrali avevano ricostituito i circuiti lesionati. Terry sa contare e parla. Non ha riacquistato la capacità di memorizzare, è rimasto al 1984. Per lui il presidente è Reagan e Bruce Springsteen canta «Born in the Usa».
La medicina non sa spiegarci gli stati di incoscienza umana né sa come guarirli Ma almeno tre casi raccontati Oltreoceano provano che c’è vita ha parlato nel 2003 Il neurologo Giacino: «Diagnosi affrettate, prevale il nichilismo»
È stato Joe Giacino, ad aprile, a un convegno internazionale a Lisbona, a riflettere sulla lezione impartita alla scienza dal caso Wallis. Il luminare, la cui equipe sta sperimentando nuove terapie per questi pazienti, ha dichiarato al celebre programma televisivo «Good morning America» sulla rete Abc che gli stati vegetativi vengono diagnosticati troppo in fretta, magari su pressione delle compagnie assicurative. I malati raramente vengono visitati da neurologi dopo la diagnosi e, al sito del dipartimento federale della Sanità, l’anno scorso, ha aggiunto: «Una visione nichilista nella medicina afferma che, quando il cervello è gravemente danneggiato, non c’è nulla da fare. Le ricerche dimostrano il contrario, bisogna approfondire».
Sul New York Times del 28 marzo 2003, la sua equipe aveva raccontato la vicenda di un’altra paziente, anonima per volontà dei parenti e in stato vegetativo da 25 anni, la quale periodicamente parlava senza riprendere coscienza. I macchinari le avevano rilevato l’energia cerebrale di una persona in anestesia.
Viene infine dal Colorado il terzo, inspiegabile, caso raccontato dal neurologo Randall Bjork alla «Gazette» di Colorado Springs l’8 marzo 2007. Una donna di 50 anni, Christa Lily Smith, la cui diagnosi è «stato vegetativo » periodicamente si risveglia. Piombata in coma nel 2000 per un attacco cardiaco, è migliorata fino a venire alimentata artificialmente. Si è svegliata finora cinque volte, altrettante è tornata in stato vegetativo. Segnali che confermano come la scintilla della vita riesca a resistere anche in frontiere ignote. E che, se non si ha una visione nichilista, tengono accesa la speranza.

La risposta di Giuliano Ferrara a Vito Mancuso sul “caso” Eluana Englaro.
Perché esistono il bene, il male e la scelta tra i due. Il professore non sempre ti lascia scampo, ma da qui non si scappa.
Mi permetto, “per amore”, qualche glossa alle osservazioni del teologo e nostro collaboratore Vito Mancuso (1). La questione posta dalla sentenza che autorizza la disidratazione del corpo di Eluana, e la sua messa a morte, ci appassiona tutti. Sentiamo e pensiamo, con profonda convinzione ma senza arroganza o disprezzo per chi non è d’accordo, che non si tratta di una questione privata, dei termini di esecuzione di un lascito testamentario, un affare che si possa sbrigare in famiglia e dal notaio. Per ragioni troppo evidenti per essere richiamate in esteso. Ne faccio solo un breve accenno.
C’è una società in cui il capo dello stato rende visita al paziente Andreatta, in stato vegetativo da molti anni, e la sua famiglia attende la fine nella speranza cristiana, come attende la fine il sistema di cura e di relazioni, di assistenza e carità. Su tutte queste faccende tra la vita e la morte si stende il velo pietoso della discrezione, del discernimento umano e razionale, per sua natura flessibile. Ma qui campeggia l’idea caritatevole del primato assoluto della persona e della vita sulla legge, sul criterio scientifico probabilistico, su ogni altro possibile criterio compresa la disposizione testamentaria (intesa come omicidio pietoso del consenziente). E c’è una società, un’altra società, in cui la persona vivente ma non vigile viene spenta sull’onda dell’amore disperato di un padre, della sua famiglia o di parte della sua famiglia (come nel caso di Terry Schiavo), viene spenta per convinzione, per amore e anche per convenzione culturale, giudiziaria, domani legale (il testamento biologico o la sua sinistra cugina, l’eutanasia). Qui leggi e sentenze fissano con rigidità una “conclusione per il nulla” che diventa il simbolo della nostra libertà.
Sono due società diverse, la società della speranza e quella della disperazione. Possono convivere e convivono nei cuori, nelle teste, nelle aspettative di tanta buona gente convinta che la sofferenza e la morte vadano esorcizzate con l’appello alla dignità del morire “come vi piace”, e di tanti che al contrario a sofferenza e morte attribuiscono un significato. Ma sono e restano società diverse, in naturale e filosofico e storico conflitto. Per il professor Mancuso il conflitto etico discende da quello teologico: da una parte la libertà umana di scegliere per sé e disporre della propria vita, perché Dio è amore, perché l’Incarnazione rende concreto il problema dell’uomo, perché l’onnipotenza divina si realizza attraverso la libertà della creatura, e dall’altra l’obbedienza senza riserve al codice della natura o ai comandamenti di un Dio personale, onnisciente onnipotente e provvidente. E il conflitto lo risolve il diritto laico concedendo a ciascuno di fare quel che crede.
E invece a me sembra che il conflitto sia quello tra carità e legge, il tipico e primigenio conflitto che sta all’origine stessa del messianismo cristiano: come per l’aborto, il diritto potrà stabilire mille volte che, se lo vuoi, tu puoi staccare un sondino nasogastrico e procedere, ma tu non devi farlo. Puoi farlo, non devi. Per la semplice ragione che non sei creatore ma creatura, e il solo disporre della vita come di un prodotto della tua volonta è una manomissione dell’esistenza razionale, della dignità spirituale e razionale della persona umana, sia quella che “stacca” sia quella che è staccata.
E’ significativo che le note del professor Mancuso sul caso di Eluana, piene di cura amorevole, di rispetto umano, di attenzione filosofica e teologica ai passaggi più impervi del caso, si aprano con un paio di fulminanti dichiarazioni relativiste. Non esistono per lui queste due società in conflitto, non esiste una discussione di etica pubblica in funzione della quale ci si attesta su usi, costumi ricevuti, norme riconosciute o date (le tavole, per esempio). Esiste soltanto la libertà individuale, che si certifica attraverso una concezione della vita irriducibile a un criterio comune, a una verifica tra i soggetti umani. A ciascuno la propria libera idea della dignità (2).
Osserva dunque Mancuso, dopo aver dichiarato la personale intenzione di lasciare libero corso alla sua vita naturale: “Ciò che è un valore per me non è detto che lo sia per lei [per Eluana, ndr]”. Aggiunge: “Una diversa concezione della vita produce una diversa etica” e “lo stato laico deve produrre, a partire dalle diverse etiche dei suoi cittadini, un diritto unico, tale da essere per quanto possibile la casa di tutti”, perché “la distinzione tra etica e diritto è decisiva”.
Ammiro la semplicità diretta e franca con cui il teologo cristiano abbraccia la forma radicale moderna e positivista della liberaldemocrazia o la sua variante procedurale del socialismo ciudadano in cui contano le maggioranze e le procedure, e basta (un liberale religioso come John Locke, per non parlare di Edmund Burke, non sottoscriverebbe mai quelle affermazioni). Venuto come sono da una giovinezza totalitaria, la mia decisione per la libertà è definitiva. Ma più invecchio più la sento fragile, ancora tutta da spiegare. E di fronte alla laïcité rigorosa, proceduralistica, di un Mancuso, mi viene sofisticamente da obiettare che: primo, se i tuoi valori sono sempre inferiori al valore della loro convivenza con valori opposti, allora non sono valori né relativi né assoluti, sono opinioni fuggevoli; secondo, come si faccia a concepire la vita e poi a produrre un’etica, io non lo so, per me si arriva a concepire la vita mentre si scopre, si rinviene, si riconosce un fondamento etico della vita stessa, poiché l’etica è una religione o una filosofia o perfino una incerta narrazione, ma non un’ideologia; terzo, il diritto è una serie di caselle particolari, che riconoscono la distinzione ma non la dissociazione tra etica e legge, caselle normative fondate su una norma fondamentale derivata dall’osservazione razionale della natura, della sua struttura creaturale e metafisica, e da principi dati, tramandati o rivelati, altrimenti il diritto si trasforma in un mostro onnipotente autoreferenziale come il Leviatano contrattualista, il contratto sociale giacobino, lo stato etico, lo stato autosufficiente del positivismo giuridico eccetera, fino al partito unico e alla classe, se vogliamo.
La parte più direttamente teologica dello scritto di Vito Mancuso è molto bella, conduce a conclusioni sentite con intensità e ragionate con grande intelligenza della cosa. Mi stupisce però. Mi stupisce come non credente, tanto per cominciare, il cristianesimo come implausibilità assoluta. Mancuso dice che nessun Cristo e nessun Pietro riscatterà dal suo dolore o dalla sua condizione vegetativa Eluana, come avvenne per la figlia di Giairo nel vangelo secondo Marco (l’episodio è rammentato dal cardinal Tettamanzi). Hai voglia a pregare, “non accade nulla di quanto richiesto”.
I miracoli sono cose successe tanti anni fa, e oltre tutto più che cose sono segni, questo è vero; ma che cosa resta della fede, sia pure di una fede da rifondare come quella che professa il teologo laico Mancuso, quando la sostanza di cose sperate si dissolve nell’implausibile, si scioglie nella corrosione acida dell’inverosimile? In che cosa si è salvi, di grazia, nella speranza o nel testamento biologico? E quanto alla ragione, che è quel che mi interessa come non credente, devo dunque rassegnarmi a restringerla ai dati sperimentali, alle diagnosi e alle prognosi piuttosto fallibili del possibile tecnico-scientifico, alla dimensione utilitaria che si disinteressa della verità? E l’impulso di allargarne lo spazio fino a comprendere la nozione di fede come elemento cruciale della condizione umana e della storia sociale del mio tempo, che debbo fare, debbo bruciarlo sull’altare del realismo, del relativismo e della solita vecchia morte di Dio? Certe volte il professore non ti lascia scampo.
Le teologie danno sempre il meglio di sé quando trattano la figura del padre, e lo scritto di Mancuso anche in questa ultima parte, dedicata al padre terreno e a quello celeste di Eluana, non fa eccezione (3). Mi fermo sulla soglia di questa definizione del divino, di questa teodicea complessa e sottile, semplice e beata, che Mancuso porta per mano a conclusioni da spirito assoluto hegeliano, conclusioni trionfanti e felici che parlano di “esercizio della libertà consapevole” come soluzione finale del problema, come happy ending. Mi limito a questa osservazione. L’esercizio della libertà consapevole non è la scelta etica che noi facciamo per risolvere il problema della distinzione del bene e del male, non del bene e del male per noi ma del bene morale in sé e per sé: l’esercizio consapevole della libertà è il problema, è il dilemma, è il metodo che si autotrascende accettando il tabù della vita indisponibile o realizzando la possente signoria dell’uomo sull’uomo. Il professore non sempre ti lascia scampo, ma qui non si scappa.
(1) Come ha detto con altre parole il cardinal Ruini nella sua straordinaria conversazione con Marco Burini (Il Foglio, 17 luglio), la teologia laica di Vito Mancuso rompe la forma cattolica ma si propone come modello di pensiero e di scrittura alternativo a una teologia accademica, irrilevante o inerte. Questo intervento del professor Mancuso sul caso di Eluana Englaro, la giovane donna priva da molti anni di coscienza vigile, del cui diritto di continuare a “vivere così” o di lasciare il mondo si sta discutendo oggi in Italia, dimostra che Ruini ha ragione.
(2) In tema di relativismo etico è anche significativa la citazione gloriosa e finale dal cardinal Martini, influente uomo di chiesa convinto che debba essere difeso lo spazio di un relativismo cristiano, anche nella tempesta veritativa scatenata da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI a coronamento del dramma novecentesco del Concilio. Dice il Martini citato da Mancuso che la dignità del vivere è più importante del vivere. Ora il bios, il vivere biologico, ha un ancoraggio materiale e oggettivo all’essere e al divenire, perché si coglie la differenza tra un corpo caldo e uno freddo, tra un occhio che si apre al mattino e un occhio che non si aprirà mai più; mentre la dignità del vivere è letteralmente disancorata, galleggia nel mare dello spirito, nella decisione di coscienza del soggetto umano libero. La dignità del vivere in opposizione alla vita biologica ha per sé forse la più vera e bella delle realtà cristiane, l’affermazione dello spirito contro la carne, ma è anche equivocabile, è esposta ai sofismi dell’Anticristo e alle lusinghe della disperazione, che cristiana non è, e alle seduzioni del nulla.
(3) E’ un errore, secondo me, attribuire lo spirito maligno dell’insinuazione personale, frutto per di più di odio teologico deviato e dunque di fanatismo arcaico, da rogo inquisitoriale, a coloro che criticano duramente come “condanna a morte” la sentenza voluta dal padre di Eluana. E’ un punto a cui tengo molto, riemerso sempre maldestramente in tutte le polemiche sull’aborto di questi mesi (sei contro l’aborto e allora dici che le donne sono assassine). Io non sono d’accordo con la critica all’amore di padre di Beppino Englaro, che è al di sopra di ogni considerazione, in quanto tale, in quanto amore. Ma le cose vanno nominate con il loro nome. Una sentenza che toglie la vita è una condanna a morte, come la distruzione di un feto nel grembo materno è un omicidio. Il che non implica affatto la responsabilità personale dei giudici o del padre ricorrente o della gestante. Mi viene da dire: magari fosse tutto risolvibile in termini di responsabilità personali. Qui è in atto una dialettica di grazia e peccato, da una parte, come nella vita di ciascuno di noi, e una guerra culturale del tutto impersonale all’inservibile concetto di persona umana, un avanzo del cristianesimo che il secolarismo ideologico tende a gettare nella discarica dei suoi incubi.
Stralci dell’intervento di Vito Mancuso sul caso Eluana Englaro.
La scelta sulla propria vita è conforme al volere di Dio. Il dramma è che in questo caso manca.
Tre premesse fondamentali. La prima è che io, personalmente, sono contrario a che si interrompa l’alimentazione di Eluana, e se mi trovassi a vivere una condizione del genere, vorrei rimanere al mio posto di combattimento, anche con la sola vita vegetale ma comunque al mio posto nel grande ventre dell’essere: nessun accanimento terapeutico, ma vivere fino in fondo la vita, secondo la tradizionale visione cattolica della morale della vita fisica. La seconda premessa è che adesso non si tratta di me ma di Eluana, e che ciò che è un valore per me non è detto che lo sia per lei: ciò che per uno può essere edificazione, per un altro che la pensa diversamente si può tramutare in tortura. Una diversa concezione della vita produce una diversa etica, e da una diversa etica discende una diversa valutazione delle situazioni concrete. La terza premessa è che lo stato laico deve produrre, a partire dalle diverse etiche dei suoi cittadini, un diritto unico, tale da essere per quanto possibile la casa di tutti, dove tutti vedano riconosciuta la possibilità di vivere e di morire secondo la propria concezione del mondo, realizzando con questo la giustizia, che, com’è noto, consiste nel dare a ciascuno il suo. La distinzione tra etica e diritto è decisiva. [...]
Quello che accade è un’altra cosa. Che cosa? Chi crede in Dio e insieme guarda al mondo per quello che è, non può fare a meno di vedere lo svolgimento di un dramma sul corpo di quella giovane donna i cui protagonisti principali sono il suo padre terreno e il suo Padre celeste. Sul rapporto tra Eluana e il padre terreno sono state scritte molte cose, soprattutto da parte di alcuni cattolici che manifestano in questi giorni un interesse e un affetto che si pretendono persino superiori a quelli del padre terreno e della madre terrena. Ho letto parole sprezzanti verso il signor Englaro, ho letto dichiarazioni che parlano di “uccisione”, di “omicidio”. E siccome dietro la sentenza della Corte di appello di Milano c’è la richiesta del padre terreno di Eluana, è logico concludere che per qualcuno i genitori terreni vorrebbero “uccidere” la figlia. L’ideologia può accecare. Anche l’ideologia che deriva dalla degenerazione della fede acceca. Si tratta di un fenomeno già riscontrato nella storia della Chiesa: con lo stesso zelo che oggi intende difendere la vita, nei secoli passati si seminava morte mettendo al rogo chi la pensava diversamente. Un tempo i roghi, oggi le insinuazioni di omicidio verso il padre e la madre di Eluana: io non vedo una significativa differenza per quanto attiene alla qualità della violenza.
Ma vengo al rapporto tra Eluana e il Padre celeste. Come ho imparato da un anziano professore di teologia morale, procedo secondo uno schema forse un po’ rigido ma certamente in grado di contribuire alla chiarezza e al rigore del ragionamento. Di fronte a qualunque evento, quindi anche di fronte al caso Eluana, occorre chiedersi se Dio lo vuole o non lo vuole.La domanda quindi è: Dio ha voluto l’incidente stradale del 18 gennaio 1992 che ha condotto Eluana alle condizioni a tutti note, e vuole da allora che questa giovane donna viva così come vive, senza favorirne la guarigione? Alla domanda si può rispondere sì o no, e a seconda della risposta discende una particolare teologia e poi una particolare etica.
A partire dalla rivelazione depositata nella Bibbia entrambe le risposte sono possibili. Chi sostiene che Dio lo vuole si può rifare a Isaia 45, 7: “Io sono il Signore e non ve n’è alcun altro. Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura; io, il Signore, compio tutto questo”. Questo testo biblico afferma che Dio provoca la sciagura: quindi anche quella del 18 gennaio 1992 ha in lui la sua causa. Nulla infatti può avvenire nella storia che sia contrario alla volontà di Dio. Tanto più se si tratta dell’uomo, oggetto di cura privilegiata: “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri” (Matteo 10,29-31). Ogni giorno molti “passeri” cadono a terra: avvengono decine di incidenti sulla strada e sul lavoro, fioriscono malattie di ogni tipo (solo di tumori ce ne sono almeno un centinaio di specie), nascono bambini malformati (le malattie genetiche censite sono oltre seimila)… se si dovessero elencare i mali che colpiscono quotidianamente il genere umano non basterebbe l’intero giornale. Dio però secondo questa visione governa i singoli eventi con onnipotenza, egli è all’origine di ogni cosa che nel bene e nel male avviene nel mondo, soprattutto per noi, “suo popolo e gregge del suo pascolo” (Salmo 100,3). Egli è il Signore, e non ce n’è un altro: non c’è “il caso”, cui ricondurre almeno qualche evento. La volontà divina manifesta se stessa nella fisicità di ogni evento, il legame tra il Dio personale e il mondo è diretto, forte, assoluto.

Alla domanda se Dio abbia voluto l’incidente stradale del 18 gennaio 1992 e ciò che ne è seguito si può anche rispondere no, risposta altrettanto legittima alla luce della rivelazione depositata nella Bibbia. [...] Ma occorre andare oltre, perché tale amore che è Dio ha assunto carne umana, prefigurando così il paradigma ontologico ed etico in base al quale il bene è sempre il bene dell’uomo concreto. Dopo l’Incarnazione non si può più rimandare a un bene misterioso che l’uomo concreto nella sua carne non comprenderebbe. No, dopo l’Incarnazione il bene è sempre il bene dell’uomo concreto.
Tra le due ipotesi io sostengo la seconda, cioè che Dio non abbia voluto l’incidente e non voglia mantenere ancora adesso Eluana nelle condizioni a tutti note senza favorirne il risveglio alla vita normale (e intendo per normale una vita umana che, oltre alla dimensione vegetativa, conosca la dimensione sensitiva e quella razionale e sia in grado di aprirsi alla dimensione spirituale). [...]
La seconda risposta, che è la mia, riconduce l’onnipotenza divina al farsi della libertà del mondo, nel senso che l’onnipotenza divina dispiega se stessa nel costruire un mondo libero, unica condizione perché possa nascere lo spirito e da qui il vero amore che è il fine della creazione (senza libertà, infatti, niente amore). L’onnipotenza divina è funzionale alla libertà, vuole che il mondo giunga alla libertà. [...]
Nella seconda prospettiva invece il fine della creazione è la libertà, e la più alta dignità che l’uomo possa mai esercitare è proprio l’esercizio della libertà consapevole. Essere a immagine e somiglianza di Dio significa essere liberi, liberi veramente non per finta, non fino a un certo punto, liberi anche di deliberare su di sé, sul proprio corpo, perché “la tua vita è tua per davvero”, è un dono totale, non un dono a metà (come quelli che ti regalano una cosa o ti fanno del bene, e poi te lo rinfacciano in ogni momento a mo’ di sottile ricatto). Ne viene che la decisione sulla propria esistenza non è mai formalmente contraria alla volontà di Dio. E’ chiaro che Dio non vuole direttamente la morte di nessuno, anzi egli ha creato ogni cosa per la vita, ed è la vita che celebra la gloria di Dio. Ma più ancora della vita fisica, egli vuole la vita libera. Questo è l’obiettivo del mondo. [...]
Quindi la deliberazione della libertà sulla propria vita è conforme al volere di Dio, anzi è esattamente ciò che Dio vuole. Naturalmente parlo della “propria” vita, non di quella di altri. Per questo l’aborto è sempre eticamente condannabile, per questo gli embrioni umani sono e devono restare indisponibili. Ma sulla propria esistenza si può deliberare, anzi direi che si deve deliberare, il senso di tutta l’esistenza è una continua ripetizione dell’esercizio della libertà, a partire da quando abbiamo mosso i primi passi, con nostra madre dietro, incerta se sorreggerci o lasciarci, e nostro padre davanti, pronto a prenderci tra le sue braccia. In questa prospettiva ricordo le parole del cardinal Martini: “E’ importante riconoscere che la prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto. Sopra di esso sta quello della dignità umana, dignità che nella visione cristiana e di molte religioni comporta una apertura alla vita eterna che Dio promette all’uomo. Possiamo dire che sta qui la definitiva dignità della persona… La vita fisica va dunque rispettata e difesa, ma non è il valore supremo e assoluto”. Il principio primo e assoluto è la dignità della vita umana e questa si compie nella libertà personale.
La tragedia, nel caso di Eluana, consiste nel fatto che non si dispone di un documento giuridicamente valido dove sia attestata la sua deliberazione su di sé. Anche per questo ritengo il testamento biologico un opportuno strumento di libertà. Ognuno vi scriverà la sua volontà, sia chi vorrà essere mantenuto in vita anche in assenza di consapevolezza e nutrito artificialmente (e io sarò tra questi, a lode alla creazione divina), sia chi non lo vorrà. E ognuno vivrà la sua morte nel modo più conforme allo stile dell’intera sua vita. Non mi sembra che uno stato liberale e democratico possa fare di meglio per i suoi cittadini. E alla luce di come va il mondo, sono abbastanza sicuro che questo dispiegamento della libertà sia anche quello che il Padre celeste vuole di più per ognuno dei suoi figli. Se sono vere le cose che di lui ci ha insegnato Gesù, egli comunque ci attende tutti nella gloria della dimora celeste con immutabile amore, un amore di cui possiamo farci un’idea pensando a quello con cui il signor Englaro, ormai tanti anni fa, seguiva i primi passi della figlia che gli si rifugiava tra le braccia, felice.
L’intero intervento è leggibile su [il foglio.it] del 21.7.2008
Leggi anche la risposta di Giuliano Ferrara
Approfondimenti
Camillo l'apologeta.
Stralci dell’intervista di Marco Burini al card. Camillo Ruini
A pochi giorni dalla fine del suo mandato come vicario di Roma, abbiamo chiesto al cardinale Camillo Ruini un bilancio suo e del cammino della chiesa in questi ultimi anni.
“Con il pontificato di Giovanni Paolo II c’è stato il tentativo di uscire dal paradigma della secolarizzazione, quel grande fenomeno avvolgente e inclusivo dentro il quale anche la chiesa, volente o nolente, dovrebbe collocarsi. In questo senso si tratterebbe di un fenomeno ineludibile destinato a governare anche il futuro. A questo paradigma Giovanni Paolo II non credeva. Certo, la secolarizzazione è un fenomeno importante, ma non tale da essere la chiave di accesso al futuro, e tantomeno qualcosa a cui la chiesa debba adeguarsi. La chiesa è anzi chiamata a reagire tramite l’evangelizzazione che nei paesi europei, più o meno scristianizzati, si traduce in una nuova evangelizzazione. E’ vero però che la secolarizzazione non ha perso del tutto la sua efficacia, continuando a influenzare la società e la chiesa stessa. Questo è il nodo di fondo del pontificato di Giovanni Paolo II, e di quello attuale. In questi ultimi anni abbiamo assistito alla fine dell’utopia politica, cioè della pretesa di trovare nella politica la soluzione ai più profondi problemi dell’uomo. Oggi prevale la cultura dei diritti individuali, mentre lo sviluppo delle scienze e delle tecnologie applicate all’uomo amplifica di molto gli obiettivi raggiungibili”. Pare una critica alla cultura liberale. “Non mi riferisco al liberalismo classico ma alla cultura dei nuovi diritti che vengono continuamente rivendicati e che all’epoca erano impensabili. Il nostro, semmai, è il tempo del relativismo, dove il desiderio spazia in campi che prima gli erano preclusi. In questo senso siamo di fronte a una nuova fase del cammino umano”. Eppure anche molti teologi e pensatori cristiani hanno inteso la secolarizzazione (il progetto di una società senza Dio) come una sfida inedita nella storia dell’umanità, un punto di non ritorno. “E’ vero, e tuttavia assistiamo a un macrofenomeno di grande evidenza, la ripresa del rilievo pubblico delle religioni. Basti pensare al ruolo dell’Islam. Le religioni forniscono inoltre delle risposte alle domande di fondo, alle quali non hanno saputo rispondere le ideologie. Per il loro statuto epistemologico, le scienze non hanno questo obiettivo, mentre la cultura dei diritti individuali alla fine evade dalle questioni fondamentali oppure dà risposte ristrette e assolutamente insoddisfacenti. In questo contesto si colloca il rinnovato impegno missionario della chiesa. Nello stesso tempo, il paradigma della secolarizzazione continua a operare anche all’interno della chiesa; è una minaccia interna di cui recentemente hanno parlato il Papa e i vescovi spagnoli. Succede quando la chiesa si mondanizza, cioè pensa che i suoi problemi possano essere risolti mutuando i paradigmi della società, mentre si affievolisce la fede nella presenza salvifica di Dio nella storia; certo non la si nega a livello teorico, ma nell’azione pastorale si mette meno al centro Gesù Cristo”. Così la chiesa finisce per assomigliare a un’agenzia di servizi. “Oppure si burocratizza, perde slancio, e lo stesso personale ecclesiastico rischia di pensare più alle proprie sicurezze di vita che all’apostolato. Accanto a questo, tuttavia, c’è la giusta preoccupazione di non ricadere in una posizione soltanto difensiva, polemica nei confronti del mondo. Il grande passo in avanti del Concilio Vaticano II è stato proprio il superamento della chiusura nei confronti della modernità, ed è un passo avanti irrinunciabile”. […]
[…] Accanto alla sfida, c’è da valutare il ritorno del sacro. “Il risveglio del fatto religioso e, da noi, la ripresa dell’interesse verso la religione cristiana non deve essere giocato semplicemente in antitesi alla cultura del nostro tempo ma, per citare Benedetto XVI, va letto dentro il grande sì che Dio ha detto all’uomo in Gesù Cristo; solo all’interno di questo grande sì anche gli inevitabili no acquistano la loro piena legittimità e il loro giusto significato. Naturalmente tutto questo è facile dirlo in termini generali, molto più difficile è attuarlo nel concreto. Occorre un discernimento culturale, teologico e pastorale, possibilmente in tempi meno lunghi di quelli che ci sono voluti per decifrare l’illuminismo e le sue diverse incarnazioni storiche, la sua anima francese e quella anglosassone”. Insomma, la chiesa deve mostrare più prontezza e non rifugiarsi nell’apologetica. “Bisogna intendersi sul significato di apologia. […] C’è poi un altro significato del termine, quello che identifica l’apologetica con un atteggiamento chiuso, che vede solo gli aspetti negativi e si limita a un combattimento difensivo, senza avanzare proposte. Il cristianesimo ha invece una vitalità storico-culturale che gli permette di fare proposte che tengano conto dei problemi nuovi e che offrano delle soluzioni positive”. […]
Nella società della comunicazione ha più peso la parola di chi occupa una posizione più elevata. Vale per la politica, l’economia, il giornalismo. E pure per la chiesa. E’ normale dunque che il Papa e i vescovi siano gli interlocutori privilegiati dell’opinione pubblica”. Si va verso una personalizzazione. “Non è tanto questo, ma il peso del ruolo istituzionale”. Resta il fatto che a volte ci sono teologi che sfondano: è il caso di Vito Mancuso con il suo best seller “L’anima e il suo destino”. “Questo è l’altro aspetto del discorso. Il successo dell’ultimo libro di Mancuso – molto più che dei precedenti – è purtroppo nella sostanza, al di là delle intenzioni di Mancuso, un caso di rottura della forma cattolica. Affronta però un problema che la gente sente come importante e vicino. Se molti teologi affrontassero questi temi fondamentali non solo in termini tecnico-specialistici, ma cercando di dare risposte ai grandi interrogativi che la gente porta dentro di sé, acquisterebbero peso presso l’opinione pubblica. […] L’importante è che i teologi prendano posizione, a differenza di Mancuso, dentro la fede viva della chiesa. Come affermava Karl Rahner e prima ancora Tommaso d’Aquino, non è affatto vero che l’adesione di fede al dogma della verità rivelata tarpi le ali al pensiero: gli dà degli indirizzi precisi ma al contempo lo spinge in avanti”. Questo è un altro stereotipo inossidabile della comunicazione: il dogma come gabbia intellettuale, sinonimo di rigidità e impoverimento. “Invece stimola quanto mai a pensare. Dogma purtroppo è una parola gravata da molti pregiudizi. In ogni caso, la pretesa di verità del cristianesimo è ineliminabile dal cristianesimo stesso – una rivendicazione che accomuna d’altronde le religioni che si ritengono rivelate. […]
Questa pretesa di verità, tuttavia, non sempre risuona a chiare lettere nella predicazione. A volte sembra prevalere una prudenziale attitudine al dialogo, alla presa di posizione misurata, anche di fronte a casi emblematici come quello di Eluana Englaro. Molto miele e poco sale, insomma. “Nel cristianesimo ci sono due aspetti entrambi fondamentali. Si ritrovano nella prima lettera di Pietro, al capitolo terzo: ‘Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi, tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto’. Anzitutto, quindi, la testimonianza cristiana non può ridursi al dialogo né essere condizionata nei suoi contenuti dal consenso. Al riguardo le affermazioni più categoriche si trovano nel Nuovo Testamento. Alla fine del vangelo di Marco Gesù risorto dice: ‘Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato’. Purtroppo tra i credenti, e a volte nel clero stesso, manca la consapevolezza della forza decisiva della parola di Dio. La chiesa non può cambiare certe posizioni proprio perché ritiene che siano espressione di quella verità che non le appartiene e da cui essa stessa viene giudicata. D’altra parte, è altrettanto fondamentale l’istanza di carità. Al di fuori di un’ottica cristiana questo è più difficile da intendere. Il cristianesimo dice di amare i nemici e così mostra di non essere un’ideologia, che invece contrappone sempre amico e nemico. Il cristiano vuole sempre proporre la verità con carità”.
Il compito è quello di rieducarsi al cristianesimo, per usare il titolo del suo ultimo libro. “Fino a cinquant’anni fa dominava la polemica, poi con il concilio il dialogo è diventato una parola d’ordine, con la speranza – purtroppo rivelatasi infondata – che assumendo un atteggiamento positivo e aperto le difficoltà venissero meno. Le cose sono andate un po’ diversamente. Oggi ci sono le contestazioni ma soprattutto c’è una critica radicale del cristianesimo”. Sarebbe interessante capire dove nasce. “E’ un filone culturale con molti rappresentanti: persone, istituzioni, cattedre universitarie, testate giornalistiche. Più in profondità, si tratta di un fenomeno pervasivo che affonda le sue radici nell’illuminismo e si sviluppa con il nichilismo relativista di Nietzsche. A questo si aggiunge la leadership culturale che hanno oggi gli uomini di scienza. Sarebbe gravissimo se la chiesa riprendesse un atteggiamento che possa apparire di contestazione della scienza come tale, ma non si può negare che certe interpretazioni globali della realtà, proposte come se fossero scientifiche, siano assai discutibili. Si costruisce così una nuova Weltanschauung”.
Eppure la chiesa viene spesso descritta come l’ultimo baluardo della legge naturale. “Bisogna intendersi sulle parole. Il fondamento dell’etica è la realtà dell’uomo: è questo il senso della tanto discussa legge naturale. L’uomo è soltanto una costruzione autonoma della sua libertà, come pensava Sartre, o invece la libertà stessa è anzitutto una ‘natura’, come diceva Tommaso, cioè una struttura intelligibile che è data prima delle nostre libere scelte?”. Quindi la sfida di Nietzsche è ancora la più radicale. “Nietzsche è stato molto preveggente. Ha visto il nesso tra la morte di Dio, idea che in realtà non ha avuto per primo, e la trasvalutazione di tutti i valori, con il tramonto della formula di Grozio: etsi Deus non daretur. Il Ventesimo secolo ha dato ragione a Nietzsche. Anche il postulato del superuomo, che egli non riuscì a concretizzare, oggi c’è chi pensa di realizzarlo con le tecnoscienze. Così l’evoluzione non è più un fatto della natura ma della tecnica. L’uomo prende in mano il suo destino e va oltre se stesso”.
Proprio per rispondere a queste sfide epocali lei in questi anni ha sopportato le accuse di interventismo pronunciandosi su temi caldi dell’agenda pubblica (referendum sulla legge 40, caso Welby, aborto). “Queste accuse ci sono state e continueranno ad esserci, come continueranno ad esserci questi problemi”. Ruini dice di aver letto “con interesse” l’articolo di fondo di Pierluigi Battista sul Corriere della Sera di sabato scorso, in cui si sostiene che le questioni bioetiche siano inopinatamente sparite dall’agenda politica, ma secondo lui “questi problemi, anche se adesso non sono al centro degli interessi dell’opinione pubblica, restano e riemergeranno. Anzitutto a causa delle trasformazioni del costume, per cui si tende a tradurre in diritto ogni desiderio, e poi per il continuo sviluppo delle biotecnologie. Sono problemi di etica pubblica di fronte ai quali i credenti cercano di argomentare le posizioni che ritengono giuste e anche di farle prevalere nel libero gioco democratico, non semplicemente di dire qualcosa per salvarsi l’anima”. Sarebbe più deleteria l’irrilevanza. “Il punto non è tanto ciò che è pericoloso per la chiesa, ma ciò che è bene per l’uomo, come disse Benedetto XVI nel suo primo discorso all’assemblea della Conferenza episcopale italiana”.
Uno sguardo laico, in fondo. “Laicità è un concetto che va ripensato. Tradizionalmente veniva giocato nel rapporto stato-chiesa, con la distinzione delle rispettive competenze e la reciproca autonomia, ma in un contesto condiviso, quello dell’etsi Deus non daretur, cioè con una piattaforma comune di valori. Oggi questo quadro è cambiato, […] La laicità sana e positiva non può prescindere dai contenuti etici. Non è stata la chiesa a gettare nell’agone pubblico tali questioni, esse sono nate dall’evoluzione storica. L’etica come fatto soltanto privato, caposaldo del pensiero ottocentesco, non è più proponibile”.
Però chi alle ultime elezioni si è presentato con una lista scopo, con un forte richiamo etico a un tema cruciale come l’aborto, è andato incontro a un “glorioso fallimento” per usare le parole del suo promotore. “Ho molta stima e amicizia per Giuliano Ferrara. In effetti questi temi non sono in testa alle preoccupazioni degli italiani, ma stanno crescendo di interesse e anche di drammaticità. La nuova questione antropologica diventerà nei prossimi decenni il tema forse più importante dell’agenda pubblica. Bisogna inoltre stare molto attenti al rapporto mezzi-fine, specie poi quando ci si muove controcorrente. […] Comunque quello della lista è un episodio che non condizionerà l’impegno di Ferrara e del suo giornale su queste grandi tematiche”. A giudicare dai suoi interventi sul caso Englaro parrebbe così. “Infatti, sto seguendo il suo impegno con profonda condivisione”.
In ogni caso, è difficile capire come si evolverà la situazione. “Fondamentalmente non bisogna chiudersi ma avere un atteggiamento positivo. E’ impossibile fare previsioni sul futuro, è già un azzardo giudicare il presente. […]
La chiesa vista come una super lobby. “Ma questo è molto lontano dalla sua autentica natura. […] Come dicevo per la teologia, invece, è a partire dalla nostra identità che possiamo essere utili oltre che rilevanti”. Perciò chi punta sulla retorica dell’altro e del dialogo cade in questo equivoco. “A partire dalla propria identità si può fare qualcosa di utile e fecondo per gli altri, altrimenti si seguono strade che già altri percorrono. Nel nostro tempo la società ha un estremo bisogno dell’apporto specifico dei cristiani. Anche tra i cattolici c’è la tentazione di vedere la religione come un fatto privato. Invece l’obiettivo è quello di porsi come testimoni della fede”. Spesso la testimonianza viene ridotta a dialogo. “Era il tema del convegno ecclesiale di Verona: testimoni di Gesù risorto speranza del mondo”.
Camillo Ruini come testimone c’è ancora, non si può dire che sia andato in pensione. “In questo senso no. Ho in programma di dedicarmi a uno studio specifico: l’uomo di oggi di fronte a Dio. Il lettore comune ha in mano poco da leggere su questo tema. Non ho in mente un trattato scientifico, ma vorrei fare qualcosa di dignitoso e accessibile. Mi prenderò del tempo per studiare e riflettere, in questi ultimi anni per forza di cose l’ho fatto solo occasionalmente”. Dalla questione antropologica alla questione teologica, un’altra sfida epocale.